La mia esperienza di incontro con fra Jean Claude
Fu nella biblioteca dello studentato del Convento-Santuario della Madonna del Monte in Genova che mi incontrai per la prima volta con fra Jean Claude. Era l’ottobre del 1993. Ero giovane frate, appena tornato dal Noviziato ad Assisi, a San Damiano, professo temporaneo, dunque in formazione, ma in ricerca di una vita religiosa francescana radicale e autentica. Anche un po’ insoddisfatto della vita in un grande convento. Charles de Foucauld e poi Francesco di Assisi mi avevano sedotto e il mio desiderio era di seguire le loro orme: orme che erano quelle lasciate dalla vita di Gesù nel suo Vangelo.
Non fu un incontro di persona, ma attraverso il racconto scritto della sua esperienza di vita di mendicante sulla strada insieme ai fratelli più poveri — quelli che incontriamo sulle nostre strade e che spesso non riusciamo a vedere. Nella biblioteca scorsi un piccolo libro a malapena rilegato: conteneva gli atti di un convegno dei professi temporanei italiani svoltosi nel convento del Monte qualche anno prima. La testimonianza di vita di fra Jean Claude e di fra Michael — sulle strade di diverse città francesi, senza niente di proprio, mendicando e pregando, nell’incontro con le persone della strada e con tante altre a cui annunciare che vivere il Vangelo è possibile— mi ha letteralmente sedotto. Mi ripetevo: ‘è questo che desidero per la mia vita francescana, è questo che voglio’. Decisi di passare un tempo sulla strada con lui.

Ne parlai al Maestro fra Luca, il quale pur mettendomi in guardia su alcuni pericoli di carattere più spirituale che materiale mi spinse ad accogliere il suggerimento che lo Spirito mi stava donando. Trovai il modo di contattare fra Jean Claude tramite un frate francese di passaggio al convento. La prima sorpresa: fra Jean Claude mi rispose subito, pochi giorni dopo che avevo scritto la lettera. Il tono gentile e disponibile della sua risposta mi rassicurò molto e combinai così il mio primo viaggio alla volta di Saint Pierre, vicino a Toulouse, dove lui risiedeva nei periodi di riposo tra una missione e l’altra. Fu lì che scoprii per la prima volta i piccoli fratelli e le piccole sorelle dell’Agnello.
Mentre prendevo il biglietto a Genova, nel mattino molto presto, mi raggiunse una persona senza dimora che, con tono minaccioso, mi chiese dei soldi con insistenza. Era ancora notte; la stazione era deserta. Con paura gli diedi qualcosa e mi dissi: ‘ecco, ora devo trascorrere quasi un mese con queste persone…’. Il turbamento fu grande.

Arrivai a Saint Pierre nel mezzo di una veglia di preghiera. Era sera; la comunità era raccolta all’aperto su una piccola collina. Ricordo il fuoco, i canti, e tanta gioia. Fui accolto così. Per la prima volta vidi fra Jean Claude: un uomo piccolo, gentile nei modi e sorridente. Mi abbracciò e mi disse ‘Mariò! Bienvenu’. Ogni turbamento era scomparso.
I giorni seguenti li passammo presso la Comunità dell’Agnello, gustando i loro momenti di preghiera, di silenzio, nella gioia dello stare insieme e di condividere quello che la Provvidenza aveva messo sulla loro tavola. Arrivò poi il momento di muoversi in strada. Andammo a Toulouse. Fra Jean Claude voleva prepararmi gradualmente alla vita mendicante e per alcuni giorni fummo ospitati presso un ostello pubblico per le persone senza dimora.
Arrivò infine l’impatto vero con la strada. Cercammo una mensa popolare per il pranzo e trovammo grande ospitalità. Poi arrivò il buio. La notte avanzava. Fra Jean Claude mi domandò: ‘dove vuoi dormire?’. ‘Non so’ risposi, un po’ turbato — pensavo che dovesse essere lui a guidarmi. Dall’altra parte della strada un gruppo di uomini stava discutendo. Istintivamente mi dissi: potremmo chieder loro dove dormire. Fra Jean Claude mi mise in guardia: ‘vediamo prima se siamo accolti da loro’. Io portavo l’abito francescano; fra Jean Claude una piccola casacca marrone e una piccola croce. Era evidente il nostro essere persone religiose. Fra Jean Claude provò a scambiare qualche parola, chiedendo dove consigliavano di dormire in quella parte della città. La notte era ormai avanzata e il freddo, pur essendo estate, cominciava a farsi sentire. Improvvisamente uno di loro disse: ‘Venite con noi’. Li seguimmo. Ci portarono in un posto riparato, dove un muro faceva angolo con la strada e si apriva un piccolo spazio al riparo dalle auto e dai passanti. Ci sedemmo lì. Non avevamo niente. Fra Jean Claude aveva una coperta avuta in prestito dai volontari della mensa. La stendemmo e la dividemmo in due. Quando fummo stesi a terra, arrivò uno di loro con un sacco a pelo e ce lo offrì. Gli dicemmo: ‘ma tu come fai per la notte?’. ‘Lo divido col mio compagno’ rispose. Lo accettammo e lo utilizzammo come coperta per entrambi.
Il sonno non arrivò; arrivò invece lo Spirito del Signore che mi invase completamente l’animo, il cuore, la mente. Un’immensa gratitudine mi riempì il cuore. I più poveri dei poveri erano stati accoglienti con noi e avevano diviso quel poco che avevano: il loro rifugio per la notte. Fu Vangelo vissuto: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Questa volta eravamo noi i fratelli più piccoli a cui era stato donato qualcosa per coprirci dal freddo.
Raccontai questo episodio tante volte, soprattutto al mio ritorno nel gruppo Caritas di Genova di cui facevo parte come équipe che si occupava dei senza dimora. E dissi sempre: ‘l’esperienza di vivere con loro è stata un’esperienza mistica’. Così penso anche oggi.
I giorni seguenti trascorsero nella preghiera in chiesa, nella riflessione sulla Parola di Dio e nel mendicare il cibo alle porte delle case. Ricordo che all’ingresso di una chiesa chiesi a fra Jean Claude quanto tempo vi saremmo rimasti. La sua risposta fu molto approssimativa: due o tre ore. Fui turbato. Ma poi compresi, restandoci, quanto il cuore ha bisogno di quegli spazi per entrare nella Parola di Dio; allora il tempo trascorreva velocemente. Mi tornò in mente quella frase del Testamento di san Francesco: ‘assai volentieri rimanevamo nelle chiese’. Anche la recita del Rosario camminando per strada — nell’incontro con la gente che passa veloce accanto — fu un’esperienza contemplativa profonda: non di giudizio, ma di intercessione. Ricordo in particolare la volta che percorremmo un lungo tratto di autostrada lungo il guardrail: la grande velocità delle auto e la lentezza della ripetizione delle Ave Maria nella contemplazione del Mistero.
Importanti furono anche gli incontri nel bussare alle case delle persone: ci furono rifiuti e accoglienze, da parte di persone molto ricche e molto povere. L’esperienza era quella di essere un ponte tra i più poveri della strada e la gente che vive la propria vita in famiglia, nel lavoro e nella fatica di guadagnarsi il pane ogni giorno. L’annuncio ‘Pace a questa casa!’ — secondo il dettato del Vangelo — poteva aprire o chiudere delle porte.
Dopo quasi un mese ritornai nel mio grande convento di Genova, ma il cuore era cambiato. Avevo sperimentato la gioia della povertà, la felicità di un amore che si fa dolcezza e misericordia nell’incontro con i poveri, la letizia della fraternità con tanti piccoli fratelli e sorelle dell’Agnello. Il mio cuore era stato preparato ad accogliere i voti solenni, per essere per sempre frate minore, figlio di san Francesco. E anche per dare ospitalità al grande dono del Sacerdozio, di cui ero ancora incerto prima di partire. Mi dicevo: ‘se essere sacerdote è esercitarlo come ho visto fare a fra Jean Claude, anch’io lo posso essere!’.
Per questo ogni volta che ho incontrato fra Jean Claude ero grato a lui di avermi aiutato ad aprire il cuore allo Spirito Santo che opera in noi e attorno a noi. E posso dire: grazie a lui non solo del mio essere frate francescano gioioso, ma anche presbitero… ed ora anche Vescovo!
Lo Spirito è sempre sorpresa.
Il Signore vi dia Pace!
Massa, 5 maggio 2026
+ fra Mario Vaccari OFM
